Se passi qualche giorno a Firenze, prima o poi la senti. Al bar, al mercato di Sant’Ambrogio, tra due amici che si prendono in giro davanti a una schiacciata: «O bischero!». È una delle parole più usate in città, e anche una delle prime che i toscani tirano fuori quando qualcuno prova a imitarli.
Bischero vuol dire sciocco, ingenuo, uno che si fa fregare o che ha appena combinato una stupidaggine. Detto da un fiorentino, però, raramente è un vero insulto: tutto dipende dal tono, e tra amici diventa quasi un modo affettuoso per chiamarsi.
Questa parola ha una storia che parte dal cantiere del Duomo, passa per una famiglia di ricchi mercanti e arriva a un incrocio del centro che porta ancora il loro nome. Ti racconto cosa significa bischero, da dove potrebbe venire e dove lo ritrovi ancora oggi, anche fuori dal dialetto!
Cosa vuol dire bischero quando lo dice un fiorentino
Nei dizionari il bischero è una persona sciocca, credulona, poco furba. Il Vocabolario del fiorentino contemporaneo dell’Accademia della Crusca raccoglie le parole così come le usano davvero i fiorentini, e aggiunge un dettaglio importante: bischero può essere affettuoso e scherzoso, oppure offensivo. Lo decide chi lo dice, e come.

«O bischero, che tu fai?» detto a un amico che ha rovesciato il vino sul tavolo è una presa in giro bonaria. Lo stesso «bischero» urlato dal finestrino a chi ti ha tagliato la strada ha tutto un altro peso. In mezzo ci sono mille sfumature, che i fiorentini usano in mille occasioni differenti.
Dalla stessa parola ne nascono altre che sentirai spesso in città. La bischerata è una sciocchezza, una cosa fatta senza pensarci. Ma è anche una cosa da niente: «l’è una bischerata» si dice di un lavoro facile.
Il bischeraccio è un bischero ancora più bonario, uno che non fa paura a nessuno. C’è poi un modo di dire antico, farsi mangiare il bischero dalle mosche, che si usa per chi si lascia fregare senza reagire.
L’origine del bischero è… un pezzo di legno!
Se suoni la chitarra o il violino, il bischero lo conosci già, anche se forse non lo chiami così. È la chiavetta di legno o di metallo infilata in cima al manico degli strumenti a corda, quella che giri per tendere la corda e accordarla. Nei dizionari di italiano è ancora questo il primo significato della parola.
In Toscana, però, bischero ha anche un altro senso più antico e più volgare: indicava il membro maschile. Il passaggio da qui alla persona sciocca è lo stesso che è successo ad altre parole dell’italiano, come «minchione». Il De Mauro registra la parola a partire dal 1521.
La leggenda della famiglia Bischeri e del cantiere del Duomo
I fiorentini, però, raccontano un’altra storia, molto più divertente. Alla fine del Duecento Firenze era una delle città più ricche d’Europa e decise di costruire una cattedrale all’altezza della sua fama, al posto della vecchia Santa Reparata. Era il cantiere di Santa Maria del Fiore, il Duomo che vedi oggi.
Per fare spazio al nuovo edificio, la Repubblica Fiorentina doveva acquistare e demolire le case intorno. Una buona parte di quelle case apparteneva ai Bischeri, una famiglia di ricchi mercanti. Il governo offrì loro una bella somma, ma i Bischeri rifiutarono: con il progetto della cattedrale il valore dei terreni era salito e loro speravano di ottenere ancora di più.

Tirarono troppo la corda. Il governo perse la pazienza, ridusse l’area del cantiere e espropriò le case rimaste per pochi fiorini. I Bischeri avevano rinunciato a un’ottima offerta e si ritrovarono quasi a mani vuote. Insomma, si erano comportati da bischeri!
Esiste anche una versione più drammatica, in cui una notte un incendio misterioso distrugge le case della famiglia. Gli storici la considerano un’invenzione popolare, aggiunta nei secoli per rendere il racconto ancora più colorito.
Se vuoi vedere da vicino il cantiere che rovinò i Bischeri, con la Cupola, la cripta di Santa Reparata e le terrazze, ti accompagno io nella visita guidata al Duomo di Firenze.
Al Canto de’ Bischeri il nome è rimasto sulla strada
La storia dei Bischeri non finì con l’esproprio. La famiglia si riprese bene, sia nei soldi sia in politica: tra il 1309 e il 1432 diede alla Repubblica ben quindici priori e alcuni gonfalonieri di giustizia, le cariche più alte del governo cittadino. Il loro declino arrivò solo nel 1434, quando Barnaba, l’ultimo priore della famiglia, fu esiliato a Napoli per volere di Cosimo il Vecchio, appena tornato al potere. Di come i Medici si liberavano degli avversari ti parlo anche durante il tour della Firenze medicea.
Le loro case stavano tra piazza del Duomo e via dell’Oriuolo, e quell’angolo ancora oggi si chiama Canto de’ Bischeri. A Firenze i «canti» sono gli incroci di strade, e molti portano il nome della famiglia che ci abitava. Ne ho parlato anche nel post Perché le vie di Firenze si chiamano così?.

Proprio lì oggi c’è Palazzo Guadagni dell’Opera. Dopo i Bischeri le proprietà passarono ai Buondelmonti e poi ai Guadagni, ed è da qui che nasce un’altra diceria: secondo alcuni, i Bischeri avrebbero cambiato cognome in Guadagni per tornare in città senza farsi prendere in giro. È una storia che i fiorentini amano, anche se non ci sono documenti a confermarla.
Per i linguisti l’origine resta un mistero
Per quanto sia bella, la storia della famiglia Bischeri convince poco i linguisti. I dizionari danno un’etimologia incerta, e lo studioso Alberto Nocentini ha dedicato alla parola un articolo intitolato, non a caso, «Bischero: un caso apparentemente risolto».
Le ipotesi sono diverse. Alcuni la collegano al latino «discus», altri a una radice germanica che indica il legno, legata proprio alla chiavetta degli strumenti. Più che spiegare l’origine della parola, la vicenda dei Bischeri spiega bene cosa intendono i fiorentini quando la usano: qualcuno che, per voler essere troppo furbo, finisce per rimetterci.
A Pisa i bischeri si mangiano
Se ti spingi verso Pisa, la parola la trovi anche in pasticceria. La torta co’ bischeri è un dolce tipico di Pontasserchio, vicino a San Giuliano Terme. Ha un ripieno di riso, cioccolato fondente, pinoli, canditi, uvetta e spezie, chiuso in un guscio di pasta frolla.

Il nome viene dal bordo: la pasta viene tagliata a piccole punte che ricordano proprio i bischeri della chitarra. La tradizione la fa risalire ai primi del Cinquecento, quando veniva preparata per i pellegrini che arrivavano in paese per la festa del Santissimo Crocifisso dei Miracoli. Dal 2007 ha anche un marchio di qualità, con un disciplinare che prevede i pinoli del Parco di Migliarino.
Il bischero oggi è ovunque, anche sui social
Bischero non è rimasto una parola da nonni. Lo stesso Comune di Firenze, nella sua rubrica #BuongiornoFirenze sui social, ha dedicato un post al Canto dei Bischeri e alla sua storia. I video che spiegano perché si dice bischero, come quello di Mollica’s, hanno raccolto migliaia di reazioni e commenti di fiorentini che scoprivano la leggenda dopo una vita passata a usare la parola.
Anche Lorenzo Baglioni, il cantautore fiorentino diventato famoso a Sanremo con «Il congiuntivo», dedica diversi video alle parole del dialetto fiorentino. E la parola è arrivata perfino a Milano: Bischeri è un ristorante con cena cantata nato, come raccontano loro stessi, dall’unione tra anima toscana e anima milanese.
Curzio Malaparte, nel suo «Maledetti toscani», scriveva che i toscani hanno «il cielo negli occhi e l’inferno in bocca». Il bischero è forse l’esempio più gentile di quell’inferno!
Se a Firenze ti danno del bischero non offenderti!
Ora che conosci la storia, la prossima volta che passi in piazza del Duomo guarda l’angolo con via dell’Oriuolo: è lì che una famiglia di ricchi mercanti ha regalato alla città la sua parola più famosa. E se un fiorentino ti dà del bischero con un sorriso, prendilo come un segno di confidenza.
Il Canto de’ Bischeri è una delle tappe che racconto volentieri durante il giro città a piedi. Se ti piacciono queste storie, ne trovi altre in Leggende e curiosità nascoste di Firenze tra Duomo e Uffizi e in Curiosità che puoi vedere a Firenze, zona per zona!



