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Perché le vie di Firenze si chiamano così?

Curiosità e folklore, Storia di Firenze

Via dell’Inferno, il Canto dei Bischeri, lo Sdrucciolo de’ Pitti. A Firenze dietro ogni targa c’è una storia, a volte buffa, a volte un po’ macabra. Ti racconto da dove vengono i nomi delle vie del centro e dove trovarle durante una passeggiata.

Ilaria Billeri

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Via dell’Inferno e via del Purgatorio si incrociano a due passi da Santa Maria Novella. Se ci passi per la prima volta di solito pensi subito a Dante. L’idea è comprensibile: nella città del Sommo Poeta, due strade con quei nomi sembrano un omaggio fin troppo ovvio! La vera origine è molto più terrena e te la racconto più avanti.

A Firenze i nomi delle strade raramente sono stati scelti a tavolino. Molti si sono fissati nei secoli con l’uso, perché erano il modo più semplice per indicare un posto: com’era fatta la strada, chi ci abitava, quale mestiere ci si svolgeva o cosa ci era successo. Quando nel 1875 il Comune compilò il nuovo stradario, gran parte di quei nomi c’era già da secoli. I nuovi nomi vennero affiancati a quelli dello stradario antico.

Leggere le targhe con un po’ di attenzione è un modo per conoscere il centro storico senza aggiungere nemmeno una tappa al tuo itinerario. Le strade sono quelle che percorri comunque tra un museo e l’altro, e la risposta al perché di un nome, molto spesso, è scritta proprio all’angolo.

A Firenze una strada in discesa si chiama sdrucciolo

Prima ancora del nome, a Firenze conta la parola che lo precede. Oltre alle vie ci sono i borghi, i canti, i chiassi, le coste, le volte e gli sdruccioli. Ognuna di queste parole descrive la forma della strada o il punto della città in cui si trova.

I borghi, per esempio, nacquero come strade fuori dalle mura più antiche, lungo le direttrici che uscivano dalla città. Borgo Ognissanti, Borgo San Frediano e Borgo Pinti oggi sono in pieno centro, ma il nome ricorda ancora il tempo in cui lì la città finiva.

La costa è invece una strada in salita, e chi ha percorso Costa San Giorgio fino a Forte Belvedere in una giornata di luglio sa bene perché nessuno l’ha mai chiamata via. 

Il canto, infine, è un angolo, un incrocio a cui si dava il nome della famiglia più in vista che ci abitava. Ci sono poi le volte, i passaggi coperti che attraversano un edificio sotto un arco, e i chiassi, di cui ti parlo tra poco. 

Messe insieme, queste parole formano una specie di piccolo vocabolario della città che i fiorentini usano ancora oggi senza farci caso, e che a chi viene da fuori offre il primo indizio per orientarsi tra i vicoli del centro.

Lo Sdrucciolo de’ Pitti scende dalla piazza fino a via Maggio

Tra tutte, la parola che fa sorridere di più chi non è toscano è sdrucciolo, dal verbo sdrucciolare, cioè scivolare. Lo Sdrucciolo de’ Pitti è la breve discesa lastricata che da piazza de’ Pitti porta a via Maggio, e il nome non potrebbe essere più onesto: nei giorni di pioggia, sulla pietra bagnata, capirai subito da dove nasce!

Il nome della strada è legato a quello della famiglia Pitti, i banchieri che nel Quattrocento fecero costruire il grande palazzo che hai alle spalle, poi acquistato dai Medici a metà del Cinquecento. Ancora oggi lo sdrucciolo è il collegamento più breve tra il palazzo e il quartiere di Santo Spirito, uno dei più vivaci dell’Oltrarno.

Se esci da Palazzo Pitti e vuoi raggiungere Santo Spirito, quindi, è anche la strada più comoda. Scendi lo sdrucciolo, attraversi via Maggio e prosegui per via de’ Michelozzi fino alla piazza, passando davanti a qualche bottega e a un paio di locali dove fermarti per un caffè.

I chiassi erano i vicoli più stretti della città

Il chiasso è un vicolo stretto, a volte poco più largo di una persona, che collega due strade più importanti. I vecchi dizionari non erano teneri: lo descrivevano come un passaggio dove finiva ogni genere di immondizia e per molto tempo è stato davvero così. Oggi, per fortuna, i chiassi sono puliti e spesso anche piuttosto pittoreschi, ma il nome è rimasto.

Uno dei più conosciuti è il Chiasso de’ Baroncelli, che parte da via Lambertesca e sbuca in piazza della Signoria. Prende il nome dai Baroncelli, una famiglia di mercanti e banchieri che aveva case e proprietà in questa zona. Ci passano ogni giorno moltissime persone dirette agli Uffizi, e quasi nessuno si accorge di camminare in un chiasso!

Se vuoi provare l’effetto, imboccalo da via Lambertesca: dopo pochi metri di ombra ti ritrovi all’improvviso nella piazza, con Palazzo Vecchio davanti.

Il Canto dei Bischeri ha dato a Firenze il suo insulto preferito

All’angolo tra piazza del Duomo e via dell’Oriuolo, dietro l’abside della cattedrale, c’è un incrocio che porta uno dei nomi più amati dai fiorentini: il Canto dei Bischeri. Chi è toscano sorride già. Chi non lo è deve sapere che a Firenze “bischero” è l’appellativo che si rivolge, con più o meno affetto, a chi si comporta da sprovveduto.

Alla fine del Duecento qui avevano case e botteghe i Bischeri, una famiglia ricca e rispettata che nel corso del tempo diede alla Repubblica priori e gonfalonieri. 

I guai cominciarono verso il 1294, quando si decise di costruire la nuova cattedrale al posto della vecchia Santa Reparata. Le proprietà dei Bischeri si trovavano proprio nell’area del cantiere e il Comune offrì loro una bella somma per acquistarle. Loro rifiutarono una volta, poi un’altra e un’altra ancora, convinti di poter spuntare un prezzo migliore.

Secondo il racconto più diffuso, una notte scoppiò un incendio che distrusse tutto e la famiglia rimase senza case e senza un fiorino. Altre versioni, meno romanzesche, parlano di un esproprio pagato molto meno dell’offerta iniziale. In ogni caso, da allora il bischero è diventato chi crede di fare il furbo e finisce per rimetterci.

I linguisti a questa etimologia credono poco. La parola ha probabilmente un’origine diversa. La storia però ha anche un bel finale. Secondo la tradizione, i discendenti dei Bischeri lasciarono Firenze, fecero fortuna all’estero e tornarono secoli dopo con un cognome nuovo e decisamente più beneaugurante: Guadagni. Il palazzo seicentesco che oggi occupa l’angolo porta proprio quel nome.

Via dell’Inferno deve il nome all’insegna di un’osteria

Torniamo alla domanda dell’inizio. Via dell’Inferno è una stradina stretta nel quartiere di Santa Maria Novella, a pochi passi da Palazzo Rucellai, che parte da via del Purgatorio e arriva in via della Vigna Nuova. Poco più in là, vicino alla chiesa dei Santi Apostoli, c’è anche piazza del Limbo: tre nomi dell’aldilà concentrati in poche centinaia di metri, abbastanza per far pensare a un omaggio a Dante.

La spiegazione più accreditata è molto più prosaica. In questa zona c’era un’osteria chiamata dell’Inferno, con un diavolo dipinto sull’insegna, e il nome finì per passare alla strada. Qualcuno racconta anche di una rivalità tra locali vicini, con i clienti in bilico tra l’uno e l’altro… in Purgatorio, appunto. Non ci sono documenti che confermino questa seconda versione, ma i fiorentini la raccontano volentieri, e io con loro.

Anche via del Purgatorio, del resto, non si è sempre chiamata così: in passato era nota come Parione Vecchio. Il nome attuale è arrivato più tardi, con ogni probabilità proprio per la vicinanza con l’Inferno.

Piazza del Limbo ha invece una storia più malinconica. Qui si trovava il piccolo cimitero dove venivano sepolti i bambini morti prima di ricevere il battesimo, che secondo la dottrina del tempo non potevano riposare in terra consacrata e finivano, appunto, nel limbo. Oggi è una piazzetta tranquilla davanti ai Santi Apostoli, una delle chiese più antiche della città, e in pochi immaginano cosa ci fosse sotto i loro piedi.

Alcune strade ricordano quello che ci accadeva

Altri nomi conservano il ricordo di un fatto preciso, a volte allegro, altre volte decisamente meno. Sono le strade dove la targa racconta una piccola storia e dove spesso le versioni si moltiplicano con il passare dei secoli.

Via dei Malcontenti era l’ultimo tratto dei condannati

Nel quartiere di Santa Croce, tra piazza Piave e via delle Casine, c’è una strada dal nome poco invitante: via dei Malcontenti. Da qui passavano i condannati a morte diretti al patibolo, che si trovava fuori dalla Porta alla Giustizia, vicino all’Arno. Facile immaginare con quale umore percorressero quest’ultimo tratto!

Il corteo partiva dal Bargello, dove i prigionieri venivano giudicati e rinchiusi, e attraversava la città accompagnato dai confratelli della Compagnia dei Neri, che avevano il compito di confortare i condannati nelle ultime ore e di dare loro sepoltura. Per i fiorentini che assistevano al passaggio era uno spettacolo pubblico e la strada finì per prendere il nome da chi la percorreva senza alcuna voglia di farlo.

Prima di diventare via dei Malcontenti si chiamava via di San Nofero, dal tabernacolo di Sant’Onofrio che si trova ancora all’incrocio con via delle Casine. Se ci passi, alza lo sguardo: è un tabernacolo di dimensioni insolite, che a lungo ha accompagnato con la sua presenza quell’ultimo cammino.

Per Borgo Allegri circolano più spiegazioni

Borgo Allegri collega via San Giuseppe a piazza dei Ciompi, a pochi passi da Santa Croce, ed è la strada con la spiegazione più romantica di tutta Firenze. Peccato che sia anche la meno probabile!

La versione più celebre la racconta Giorgio Vasari nelle Vite. Qui avrebbe avuto la bottega Cimabue e qui sarebbe venuto a vedere la sua grande Madonna, ancora in lavorazione, Carlo d’Angiò, di passaggio a Firenze. La gente accorse in massa per ammirare l’opera e vedere il re, con tale entusiasmo che da quel giorno la strada fu chiamata Borgo Allegri. Sempre secondo Vasari, il dipinto fu poi portato in solenne processione fino a Santa Maria Novella.

Il problema è che quella Madonna, la cosiddetta Madonna Rucellai oggi conservata agli Uffizi, è stata poi riconosciuta come opera di Duccio di Buoninsegna e che, nei documenti, compare una famiglia Allegri da cui con ogni probabilità deriva il nome della strada. 

Io però, quando passo di lì con un gruppo, la versione di Vasari la racconto sempre: è troppo bella per lasciarla ai soli storici dell’arte! Oggi Borgo Allegri è una via tranquilla del quartiere, con un piccolo giardino pubblico molto frequentato dalle famiglie della zona.

Sull’origine di via delle Belle Donne le ipotesi sono diverse

Via delle Belle Donne è una breve strada tra piazza Santa Maria Novella e via della Spada, a due passi da via Tornabuoni, e il suo nome incuriosisce chiunque la attraversi. Chi fossero queste belle donne, però, nessuno lo sa con certezza.

L’ipotesi più diffusa lega il nome alle case di tolleranza che nel Medioevo si trovavano in questa zona, come in altre strade del centro. C’è anche chi pensa a un’insegna dipinta, ma nessuna di queste versioni è confermata dai documenti, e forse è proprio per questo che la strada continua a far discutere.

Se passi di qui, fai attenzione ai muri: lungo via delle Belle Donne ci sono alcune buchette del vino, le piccole finestrelle da cui le famiglie nobili vendevano direttamente il vino delle loro tenute. Ne ho parlato in Curiosità che puoi vedere a Firenze, zona per zona.

Le Arti hanno lasciato il loro nome sulle targhe

Nella Firenze medievale il lavoro era organizzato nelle Arti, le corporazioni che riunivano chi esercitava lo stesso mestiere e che per un lungo periodo ebbero un ruolo decisivo anche nel governo della città. Le botteghe dello stesso settore tendevano a concentrarsi nella stessa strada, ed è così che parecchi mestieri sono finiti sulle targhe.

La più antica e prestigiosa era l’Arte di Calimala, che prende il nome proprio dalla strada in cui aveva sede, tra piazza della Repubblica e il Mercato Nuovo. Riuniva i mercanti che importavano panni di lana dall’estero, soprattutto dalle Fiandre e dalla Francia, e li rifinivano e tingevano a Firenze prima di rivenderli in tutta Europa. Le prime notizie risalgono al 1182, ed era così ricca da occuparsi del Battistero di San Giovanni: fu lei a bandire, nel 1401, il concorso per la seconda porta, vinto da Lorenzo Ghiberti.

Sull’origine del nome Calimala, invece, gli studiosi non sono d’accordo. C’è chi lo fa derivare dal latino callis malus, strada cattiva, forse per la sua fama o per le condizioni del fondo, e chi propone altre spiegazioni. È uno di quei casi in cui la targa pone più domande di quante ne risolva.

Poco più in là, via dei Calzaiuoli, la strada pedonale che collega il Duomo a piazza della Signoria, ricorda i produttori di calze che avevano qui le loro botteghe. Verso Santa Croce trovi via dei Tintori, vicina all’Arno perché per tingere i tessuti serviva molta acqua, mentre in San Frediano via delle Caldaie prende il nome dalle grandi caldaie in cui i panni venivano scaldati prima della tintura.

Se percorri via dei Calzaiuoli, fermati davanti a Orsanmichele. Nelle nicchie esterne ogni Arte fece collocare la statua del proprio santo protettore, affidandola ai migliori scultori del tempo, da Donatello a Ghiberti fino al Verrocchio. Poche cose raccontano meglio il peso che le corporazioni avevano nella vita della città. Sullo stesso lato trovi anche le antiche misure incise nella pietra.

Via Torta segue ancora la curva dell’anfiteatro romano

Chiudo con una strada dal nome all’apparenza banalissimo. Via Torta, a due passi da piazza Santa Croce, si chiama così semplicemente perché è storta: invece di andare dritta, disegna una curva morbida come le case che la affiancano.

Quella curva ha quasi duemila anni. Tra il 124 e il 130 dopo Cristo i romani costruirono in questa zona, allora appena fuori dalle mura di Florentia, un grande anfiteatro ellittico. Quando la struttura fu abbandonata, i fiorentini cominciarono a costruire le proprie case sfruttando i muri e le arcate ancora in piedi, e le strade seguirono il perimetro di un edificio che non c’era più.

Il risultato si vede ancora oggi: via Torta, piazza dei Peruzzi e via de’ Bentaccordi ricalcano l’anello dell’anfiteatro, e sulla pianta della città la forma ellittica salta subito all’occhio. Passeggiando da queste parti, fai caso a come le facciate si piegano seguendo la curva, e nelle cantine di alcuni palazzi sono stati individuati tratti delle antiche murature.

È una delle tracce più evidenti della Firenze romana, insieme all’antico foro di piazza della Repubblica.

Questi sono alcuni dei nomi che incontro più spesso camminando per il centro, ma l’elenco potrebbe continuare a lungo. Il consiglio che do sempre è di fare caso agli angoli dei palazzi: a volte, accanto alla targa moderna, c’è ancora quella antica in pietra, con un nome diverso che racconta com’era la città qualche secolo fa.

Se ti piacciono questi dettagli nascosti, trovi altre storie in Leggende e curiosità nascoste di Firenze tra Duomo e Uffizi, e per quelle più misteriose c’è il post su I luoghi infestati di Firenze!

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