Donatello a Firenze è dappertutto.
Le sue opere non stanno nascoste in fondo a un museo. Stanno all’altezza degli occhi, lungo strade che percorri: una nicchia su un muro di Orsanmichele, un leone di pietra su un piedistallo, un tabernacolo che sembra decorazione e invece è una delle cose più importanti del Quattrocento fiorentino. Ci passi davanti, magari fotografi, e vai avanti.
Il motivo è semplice. Michelangelo ha il David, un punto di arrivo che tutti conoscono. Donatello no. Le sue opere sono distribuite in almeno sei luoghi diversi: alcune in musei con il biglietto, altre in chiese aperte, altre ancora in strada.
Eppure Firenze è la sua città più di quanto lo sia di chiunque altro. Ci è nato nel 1386, ci è morto nel 1466 e, a parte un decennio passato a Padova, non se n’è mai andato davvero.
In questo articolo ti porto in giro tra le sue opere seguendo l’ordine della sua vita. Donatello a vent’anni e Donatello a settanta sono due scultori diversi, e se lo guardi in quest’ordine te ne accorgi subito. Ti dico anche quali sono gli originali e quali le copie, l’informazione che manca più spesso e che ti evita di fare un giro a vuoto.
Chi era Donatello?
Donato di Niccolò di Betto Bardi era figlio di un cardatore di lana. Niente famiglia di artisti alle spalle, niente bottega ereditata. Impara il mestiere lavorando, prima come garzone da un orafo, poi nella bottega di Lorenzo Ghiberti, dove intorno al 1404 collabora ai modelli in cera per la porta nord del Battistero.

Poco prima era stato a Roma con Filippo Brunelleschi, a studiare le rovine antiche. I due erano amici, avevano dieci anni di differenza e passavano il tempo a misurare colonne e capitelli in mezzo alle macerie. Tornano a Firenze con un’idea nuova di cosa possa essere una statua.
L’amicizia con Brunelleschi racconta anche altro. C’è un episodio, riportato da Vasari nelle Vite, che sui due dice più di qualsiasi analisi stilistica.
Donatello scolpisce un crocifisso in legno e lo mostra all’amico, convinto di aver fatto un capolavoro. Brunelleschi lo guarda e gli dice che sembra un contadino messo in croce, non Cristo. Donatello si offende e risponde che criticare è più facile che fare: prenditi un pezzo di legno e provaci tu. Brunelleschi ci prova davvero, in segreto, per mesi. Poi invita Donatello a pranzo. Donatello arriva con le uova e il formaggio nel grembiule, entra, vede il crocifisso finito e resta immobile. Apre le mani e fa cadere tutto per terra. La frase che dice dopo è passata alla storia: “a te è concesso fare i Cristi, a me i contadini”.
Va detto che oggi gli storici dell’arte tendono a smentire l’aneddoto: le due opere sono datate a una decina d’anni di distanza l’una dall’altra, quindi la gara così come la racconta Vasari non può essere andata proprio in quel modo.
Quel crocifisso esiste, è in Santa Croce, e Cristo lì dentro è davvero un uomo qualsiasi: un corpo magro, sgraziato, provato. Non c’è nulla di divino nelle proporzioni. Donatello guardava le persone reali e le metteva nella pietra e nel legno, anche quando doveva rappresentare santi, profeti ed eroi biblici.
Le sue figure hanno facce vere, corpi che invecchiano, espressioni scomode e inusuali. In quest’ottica il percorso in città smette di essere una lista di musei e diventa il modo per seguire un uomo che per ottant’anni ha continuato a guardare le persone.
Il Bargello: il cuore del percorso
Se hai poco tempo e devi scegliere un solo posto, scegli questo.
Il Museo Nazionale del Bargello ha una sala intera dedicata a Donatello. Dentro quella sala c’è l’intero arco della sua carriera. Puoi vedere in venti minuti quello che altrove ti costerebbe una giornata di spostamenti.

Si parte dal David in marmo, scolpito tra il 1408 e il 1409 per il Duomo. Donatello ha poco più di vent’anni e si vede: la posa è ancora impostata sui modelli gotici, il corpo è un po’ rigido, alcune proporzioni non tornano. È l’opera di un ragazzo bravissimo che non ha ancora trovato la sua voce.
A pochi metri c’è il David in bronzo. Tra i due passano una trentina d’anni e si vede.. È il primo nudo maschile a tutto tondo dopo l’antichità, un ragazzino nudo con un cappello di paglia in testa, il piede appoggiato sulla testa mozzata di Golia, un’espressione difficile da decifrare. È esattamente il tipo di scelta che ti aspetti da chi aveva scolpito un Cristo-contadino.
Poi c’è il San Giorgio, l’originale. La statua che vedi nella nicchia di Orsanmichele, in strada, è una copia. Qui il santo sta in piedi con lo scudo davanti, guarda dritto, e ha una tensione nel corpo che sembra pronta a scattare. Sotto la statua, nel museo, c’è anche il rilievo con San Giorgio che libera la principessa: pochi millimetri di profondità, eppure dentro ci sono un paesaggio, degli archi, la distanza. È la tecnica dello stiacciato e l’ha inventata proprio Donatello.
Nella stessa sala trovi il Marzocco, il leone simbolo di Firenze. Anche in questo caso l’originale è qui mentre la copia è fuori, in Piazza della Signoria.
Il Bargello è anche un edificio che vale una visita in sé e per sé. Era il palazzo del Capitano del Popolo e poi la sede del capo della polizia cittadina, con tanto di prigioni e patiboli nel cortile. Ci trovi opere di Michelangelo, di Cellini e del Verrocchio.
Per approfondire: Tour del Museo del Bargello
Il Museo dell’Opera del Duomo: gli anni del cantiere
Per buona parte della sua vita Donatello ha lavorato per il cantiere del Duomo, come appartenente ad un’organizzazione enorme, l’Opera di Santa Maria del Fiore, che da più di un secolo teneva insieme scalpellini, muratori, fonditori e scultori.
Quasi tutto quello che ha fatto lassù oggi sta nel museo dietro la Cattedrale. Le statue sono state tolte dall’esterno per proteggerle.
I Profeti del Campanile di Giotto sono l’esempio più chiaro. Erano nelle nicchie della torre, viste da sotto e in controluce. Adesso hai la possibilità di vederli a un metro di distanza e vedi cose che nessuno avrebbe mai dovuto vedere: la pelle segnata, le vene delle mani, le bocche aperte. Il più famoso è l’Abacuc, che i fiorentini hanno sempre chiamato lo Zuccone per via della testa calva. È un uomo vero, magrissimo, con lo sguardo di chi ha passato una brutta notte. Vasari racconta che Donatello ci parlasse mentre lo scolpiva, dicendogli di sbrigarsi a parlare.
Poi c’è la Cantoria, la tribuna per i cantori che stava dentro il Duomo. Una fila di bambini che ballano e suonano, ammassati, sfuocati, quasi sovrapposti. È l’opera più allegra che abbia fatto. Nella stessa sala trovi la cantoria di Luca della Robbia. Il confronto è immediato: da una parte bambini composti e ordinati, dall’altra il caos di Donatello.
L’ultima è la Maddalena in legno, forse la ragione principale per venire qui. La scolpisce da vecchio, negli anni Cinquanta del Quattrocento. Maria Maddalena è una donna anziana, consumata dal digiuno, coperta solo dai propri capelli. Denti che mancano, gambe secche, mani giunte che non si toccano davvero. Chi la vede per la prima volta di solito si ferma e non dice niente.

Metti insieme le tre cose e hai il percorso completo: dal Donatello che lavora su commissione dentro il cantiere, a quello che alla fine della vita scolpisce una donna distrutta e la chiama santa.
Per approfondire: Tour del Duomo
Orsanmichele e Santa Croce: Donatello per strada
Fin qui abbiamo parlato di musei. Ma due delle sue opere più importanti le puoi vedere camminando, senza pagare nessun biglietto.
Orsanmichele
Orsanmichele è un edificio strano: nasce come mercato del grano, diventa chiesa, e sui quattro lati esterni ha quattordici nicchie. Ogni Arte fiorentina, cioè ogni corporazione di mestiere, doveva riempire la sua con la statua del santo protettore. Era una gara tra ricchi.

Donatello ne ha scolpite due:
- il San Marco, per l’Arte dei Linaioli, è ancora al suo posto: un uomo in piedi con il libro in mano, la barba lunga, il peso tutto su una gamba sola. Guardalo dal basso: è costruito per essere visto da lì, non frontalmente.
- Il San Giorgio era nella nicchia dell’Arte dei Corazzai. Quello che vedi oggi in strada è una copia, l’originale è al Bargello. Vale comunque la pena fermarsi, perché la nicchia e il tabernacolo sono quelli veri, e capisci l’effetto che l’opera doveva fare in quel punto preciso della via.
Un consiglio pratico: le statue di Orsanmichele si vedono gratis dalla strada, in qualsiasi momento. Il museo interno, che conserva alcuni originali, ha invece orari limitati e conviene controllarli prima.
Santa Croce
In Santa Croce ci sono due opere di Donatello, e sono agli antipodi.
- La prima è l’Annunciazione Cavalcanti, sulla parete destra della navata. Un tabernacolo in pietra serena con dorature, un angelo inginocchiato e una Maria che si volta a metà, sorpresa, quasi in ritirata. È elegante, ricca, costruita per una famiglia importante che voleva farsi vedere.
- La seconda è il Crocifisso della Cappella Bardi, quello dell’aneddoto con Brunelleschi. Adesso che sei arrivato fin qui, vallo a guardare con calma. Non c’è nessuna bellezza in quel corpo: le costole sporgono, la testa cade di lato, la bocca è aperta. Se hai tempo, attraversa il centro e va’ a vedere il crocifisso di Brunelleschi in Santa Maria Novella. Ci vogliono venti minuti a piedi e il confronto lo fai con i tuoi occhi.
San Lorenzo: i Medici, la Sagrestia Vecchia e la fine
Il rapporto tra Donatello e i Medici è lungo e insolito. Cosimo il Vecchio gli commissiona lavori, lo protegge, gli passa un vitalizio quando ormai è troppo vecchio per lavorare. Vasari racconta che Cosimo, poco prima di morire, raccomandò al figlio Piero di continuare a mantenerlo. E alla fine lo fa seppellire accanto a sé.
Per capire quel legame basta andare in San Lorenzo, la chiesa della famiglia.
- Nella Sagrestia Vecchia, l’ambiente costruito da Brunelleschi, Donatello lavora agli stucchi e alle porte in bronzo. I tondi con le Storie di San Giovanni Evangelista, i Quattro Evangelisti, i cherubini nella trabeazione. Sembra un lavoro decorativo, e in parte lo era, ma quelle figure si muovono in modo scomposto dentro spazi tondi che vorrebbero ordine. Pare che a Brunelleschi non piacessero affatto, e i due litigarono proprio su questo.
- Ci sono poi i due pulpiti in bronzo, lungo la navata. Sono l’ultima cosa che ha fatto. Muore nel 1466 lasciandoli incompleti, li portano a termine gli allievi. Guardali da vicino: le scene della Passione sono affollate, disordinate, con figure che si accavallano e sfondano i bordi. Non c’è più nessuna preoccupazione per l’equilibrio.
La tomba è nella cripta, sotto la basilica, a pochi passi da quella di Cosimo de’ Medici. Una lapide semplice, in un locale che quasi nessuno visita. Ci arrivi solo se sai che c’è.
Se stai facendo il percorso nell’ordine che ti ho proposto, questo è il punto in cui si chiude. Sei partito da un ragazzo di vent’anni che scolpiva un David un po’ rigido per il Duomo, e arrivi qui: due pulpiti lasciati a metà e una pietra sotto il pavimento.
Originali e copie: cosa vedi davvero?
A Firenze molte sculture esposte all’aperto sono copie. Non è un inganno: gli originali sono stati portati al chiuso per proteggerli da pioggia, smog e vibrazioni. Ma se non lo sai, rischi di fare un giro convinto di aver visto l’opera e invece hai visto un calco.
Per Donatello la situazione è questa.
Originali che vedi solo pagando il biglietto
- San Giorgio, David in marmo, David in bronzo, Marzocco al Museo Nazionale del Bargello
- Profeti del Campanile, Cantoria, Maddalena al Museo dell’Opera del Duomo
Copie che vedi in strada, gratis
- San Giorgio nella nicchia di Orsanmichele
- Marzocco in Piazza della Signoria
- Profeti nelle nicchie del Campanile di Giotto
- Giuditta e Oloferne davanti a Palazzo Vecchio, sotto la Loggia dei Lanzi. L’originale è dentro il palazzo, nella Sala dei Gigli, e serve il biglietto del museo.
Originali che vedi gratis o quasi
- San Marco nella nicchia di Orsanmichele, dalla strada
- Crocifisso della Cappella Bardi e Annunciazione Cavalcanti — Basilica di Santa Croce, ingresso a pagamento
- Sagrestia Vecchia e pulpiti — Basilica di San Lorenzo, ingresso a pagamento
- Monumento funebre di Baldassarre Cossa — Battistero di San Giovanni, compreso nel biglietto cumulativo del Duomo
Info utili
Due note utili. Il biglietto del complesso del Duomo è unico e comprende Museo dell’Opera, Battistero, Campanile e Cupola: se il tuo interesse è Donatello, il museo da solo vale la spesa. E i due musei principali, Bargello e Opera del Duomo, distano meno di dieci minuti a piedi l’uno dall’altro.
Un’ultima cosa sugli orari. Il Bargello e diversi musei fiorentini hanno giorni di chiusura che cambiano nel corso dell’anno, e le basiliche hanno orari diversi durante le funzioni. Controlla sempre i siti ufficiali il giorno prima, soprattutto se hai una sola mattina a disposizione.
Dipende da quanto tempo hai e da quanto ti interessa davvero.
- Se hai un’ora o poco più, vai al Bargello e basta. La sala di Donatello ti dà i due David, il San Giorgio e il Marzocco nello stesso spazio, e da sola racconta quarant’anni di lavoro. È il rapporto migliore tra tempo speso e cose viste che ci sia in città.
- Se hai mezza giornata, aggiungi il Museo dell’Opera del Duomo. Sono dieci minuti a piedi dal Bargello e ti servono per chiudere il cerchio: dopo i due David, la Maddalena arriva come un pugno. Questi due musei insieme coprono la parte più importante del percorso.
- Se hai una giornata intera, metti in mezzo Orsanmichele e Santa Croce. Orsanmichele lo attraversi comunque andando da una parte all’altra del centro, e il crocifisso della Cappella Bardi vale la deviazione, soprattutto adesso che sai la storia che si porta dietro.
Se torni a Firenze o ci resti più giorni, tieni San Lorenzo per ultimo. I pulpiti incompiuti e la tomba nella cripta hanno senso quando hai già visto tutto il resto.
Un consiglio che vale per tutti i profili: non provare a vedere tutto Donatello in un giorno. Sono sei luoghi, quattro biglietti diversi e un bel po’ di camminata, e alla fine ti resterebbe in testa una confusione di statue. Meglio due tappe fatte con calma che sei maratone.
Se ti interessa questo modo di girare la città, funziona anche con altri artisti. Su Michelangelo a Firenze ho fatto lo stesso percorso, e in parte tocca gli stessi luoghi: al Bargello e all’Opera del Duomo ci sono opere di entrambi, a pochi metri di distanza. Guardarle una dopo l’altra è il modo più diretto per capire quanto Michelangelo debba a Donatello.
Alla fine Donatello è l’artista che ti costringe a guardare le facce. Non i corpi perfetti, non le pose eleganti: le facce di persone che potresti incontrare per strada, scolpite cinquecento anni fa da un uomo che quelle strade le percorreva ogni giorno.



