Chi era Girolamo Savonarola: storia, morte e i luoghi a Firenze dove è ancora rintracciabile

Curiosità e folklore, Storia di Firenze

Per quattro anni Girolamo Savonarola è stato l’uomo più ascoltato di Firenze, senza mai avere un titolo politico. Ti racconto la sua storia, dai falò delle vanità in Piazza della Signoria fino all’esecuzione nello stesso luogo — e dove oggi puoi ancora trovarne le tracce, dalla lapide alla sua cella al convento di San Marco.

Ilaria Billeri

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Se ti fermi in Piazza della Signoria e guardi il selciato davanti a Palazzo Vecchio, a pochi passi dalla fontana del Nettuno, c’è una lapide circolare che quasi tutti ignorano, di corsa verso gli Uffizi. Segna il punto esatto in cui, il 23 maggio 1498, un frate domenicano fu impiccato e bruciato davanti a una folla che, pochi anni prima, lo aveva seguito come una guida spirituale.

Quel frate era Girolamo Savonarola. Per quattro anni, dal 1494 al 1498, è stato probabilmente l’uomo più potente di Firenze, senza avere mai ricoperto una carica politica.

Chi era davvero, cosa ha fatto in città e perché la sua storia finisce proprio in quella piazza: te lo racconto qui, insieme ai luoghi dove oggi puoi ancora trovarne le tracce.

Il frate e Firenze

Savonarola non è fiorentino. Nasce a Ferrara nel 1452, entra nell’ordine domenicano a Bologna e arriva a Firenze per la prima volta nel 1482, senza lasciare grande impressione: le sue prediche, all’inizio, svuotano più chiese di quante ne riempiano.

Torna in città nel 1490, viene chiamato al convento di San Marco, la stessa comunità dove oggi puoi ancora visitare la sua cella. Questa volta qualcosa è cambiato: le sue prediche, dure, apocalittiche, annunciano castighi imminenti per una Chiesa e una società che considera corrotte. Firenze, attraversata da tensioni economiche e politiche, comincia ad ascoltarlo davvero.

Nel 1494, Carlo VIII di Francia scende in Italia. I Medici, che governavano la città di fatto da decenni, vengono cacciati, e Firenze si trova improvvisamente senza una guida. Savonarola, che aveva predetto proprio un “flagello” in arrivo dall’estero, si ritrova nella posizione di essere ascoltato come una voce profetica. Non prende una carica ufficiale, ma è la figura di riferimento dietro la nuova costituzione repubblicana: un Consiglio Maggiore ispirato al modello veneziano, pensato per allargare la partecipazione politica oltre la ristretta cerchia che aveva governato con i Medici.

Su Lorenzo de’ Medici circola da secoli un aneddoto molto raccontato: che Savonarola, chiamato al suo capezzale nel 1492, gli avrebbe rifiutato l’assoluzione perché Lorenzo non voleva restituire le libertà a Firenze. Le fonti in merito scarseggiano, è più leggenda tramandata che episodio documentato con certezza, ma è comunque un aneddoto che descrive bene Savonarola..

Con Machiavelli, invece, il legame è diretto e verificabile: era un funzionario della cancelleria fiorentina proprio negli anni di Savonarola, ne osservò da vicino l’ascesa e la caduta, e anni dopo lo userà ne Il Principe come esempio di “profeta disarmato”: chi prova a cambiare le cose senza una forza propria a sostenerlo, prima o poi cade.

I falò delle vanità

Nei carnevali del 1497 e del 1498, proprio in Piazza della Signoria, i seguaci di Savonarola organizzano quelli che passeranno alla storia come i falò delle vanità: roghi pubblici in cui vengono bruciati oggetti considerati simboli di lusso e peccato.

A raccogliere il materiale sono soprattutto gruppi di ragazzini, organizzati dai seguaci più fedeli del frate: i piagnoni, come li chiamavano con disprezzo gli avversari politici, per il loro modo di piangere in pubblico durante le prediche. Passano casa per casa e ammassano al centro della piazza specchi, cosmetici, carte da gioco, dadi, parrucche posticce, abiti sontuosi, libri e dipinti considerati profani.

Su un dettaglio, in particolare, la tradizione popolare e la ricerca storica non concordano del tutto: si racconta spesso che Sandro Botticelli, colpito dalla predicazione di Savonarola, abbia gettato tra le fiamme alcuni dei propri dipinti a soggetto mitologico. È una storia che ha un fondo di verità nel legame reale tra il pittore e l’ambiente savonaroliano degli ultimi anni della sua vita. Tuttavia nessuna fonte dell’epoca documenta con certezza quali opere, se davvero esistite, siano finite tra le vanità bruciate.

La caduta e la morte

Il potere di Savonarola non dura a lungo. Nel 1497 papa Alessandro VI lo scomunica per essersi rifiutato di interrompere la predicazione nonostante i richiami di Roma, e lo accusa apertamente di eresia e scisma.

Il momento decisivo arriva nell’aprile del 1498, con quella che è passata alla storia come la “prova del fuoco”: un frate francescano sfida un seguace di Savonarola, fra Domenico da Pescia, ad attraversare un corridoio di fuoco per dimostrare la veridicità delle profezie del suo maestro. L’ordalia non si svolge mai davvero ma la folla, che si aspettava un miracolo, si sente presa in giro. 

Il giorno dopo, una folla inferocita assalta il convento di San Marco. Savonarola viene arrestato insieme a due dei suoi collaboratori più stretti, fra Domenico da Pescia e fra Silvestro Maruffi. Segue un processo per eresia e scisma, condotto sia da un tribunale civile sia da uno ecclesiastico, durante il quale Savonarola viene torturato e costretto a confessioni che in parte ritratterà.

Il 23 maggio 1498 i tre vengono impiccati e poi bruciati su un patibolo allestito in Piazza della Signoria, lo stesso luogo dei falò delle vanità di pochi anni prima. Le ceneri vengono raccolte e gettate nell’Arno, per evitare che i suoi seguaci ne facessero reliquie.

Dove trovarlo oggi a Firenze

Se dopo questa storia vuoi vedere i luoghi con i tuoi occhi, a Firenze ne restano tracce concrete, non solo un nome sui libri.

Piazza della Signoria. Al centro della piazza, tra la fontana del Nettuno e l’ingresso di Palazzo Vecchio, una lapide circolare a terra segna il punto esatto dell’esecuzione. È facile passarci sopra senza accorgersene: cercala guardando il selciato, non l’alto.

Convento e Museo di San Marco. Qui Savonarola visse da priore e qui fu arrestato la notte dell’assalto. Oggi il complesso è un museo, e tra le sale visitabili ci sono la sua cella e alcuni oggetti appartenuti a lui, oltre a un ritratto dipinto da fra Bartolomeo, uno dei suoi seguaci più stretti. Verifica gli orari aggiornati prima di andare, dato che possono cambiare nel corso dell’anno.

Due luoghi, pochi minuti a piedi l’uno dall’altro, che raccontano l’inizio e la fine della stessa storia: dalla cella dove Savonarola pregava e scriveva alla piazza dove è morto.

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