Artemisia Gentileschi a Firenze: i 7 anni che hanno cambiato la sua pittura

Consigli di viaggio, Storia di Firenze

Nel 1613 Artemisia Gentileschi arriva a Firenze appena sposata, con alle spalle un processo che l’ha resa nota per i motivi sbagliati. In sette anni diventa la prima donna ammessa all’Accademia del Disegno, stringe amicizia con Michelangelo il Giovane e Galileo Galilei, e lascia in città alcune delle sue opere più importanti.

Ilaria Billeri

selfportrait of Artemisia Gentileschi

Artemisia Gentileschi arriva a Firenze nel 1613. Ha vent’anni, si è appena sposata con un pittore fiorentino di nome Pierantonio Stiattesi e si lascia alle spalle Roma, dove la sua storia era diventata pubblica per i motivi sbagliati: lo stupro subito ad appena diciassette anni e il processo che ne era seguito, con tanto di umiliazione in tribunale.

A Firenze qualcosa cambia. La voce dello scandalo arriva anche qui, ma la città le offre qualcosa che Roma non le aveva ancora dato: la possibilità di essere valutata prima di tutto per il suo lavoro. Trova protezione alla corte dei Medici, stringe legami importanti, riceve commissioni serie.

Sono sette anni, fino al 1620, in cui Artemisia costruisce buona parte della sua identità artistica. Dipinge, si confronta con altri artisti, entra in un’istituzione che nessuna donna prima di lei aveva mai raggiunto. E lascia dietro di sé opere che si possono ancora vedere oggi, negli stessi palazzi e negli stessi musei in cui sono nate.

Questo articolo segue proprio quel periodo, un luogo alla volta: dalla casa dove si stabilisce appena arrivata, fino ai palazzi che oggi custodiscono i suoi quadri più importanti.

Chi era Artemisia?

Artemisia nasce a Roma nel 1593, in una famiglia che con la pittura ci vive già da una generazione. Suo padre, Orazio Gentileschi, è un artista affermato, vicino a Caravaggio, e nella sua bottega Artemisia cresce respirando colori e pennelli fin da bambina.

Orazio Gentileschi

Non è un percorso comune per una ragazza dell’epoca. Nel seicento, alle donne veniva raramente insegnato a dipingere sul serio: al massimo un po’ di disegno, giusto come passatempo. Artemisia invece lavora fianco a fianco con il padre, impara la tecnica e mostra da subito una mano più che sicura.

L’episodio che segna la sua vita pubblica arriva a diciassette anni: subisce una violenza da parte di Agostino Tassi, un collaboratore di Orazio. Segue un processo lungo e duro, in cui Artemisia viene anche sottoposta a tortura per “verificare” la veridicità della sua testimonianza. Tassi viene condannato, ma la sua pena resta lieve.

Il giorno dopo la fine del processo, Orazio organizza per la figlia un matrimonio riparatore con Pierantonio Stiattesi, un pittore fiorentino di modesta fama. È un’unione pensata più per restituirle una reputazione accettabile che per amore, ma è anche il motivo per cui Artemisia lascia Roma. Nel 1613 arriva a Firenze, la città del marito, per iniziare da capo una nuova vita.

Una casa in Via del Campaccio, un figlio a Santa Maria Novella

Quando Artemisia arriva a Firenze, va a vivere in quella che all’epoca si chiamava Via del Campaccio, oggi corrispondente a un tratto dell’attuale via Faenza, non lontano da Santa Maria Novella. È lì che il padre di Pierantonio ha casa ed è lì che Artemisia allestisce il suo primo studio fiorentino.

Pochi mesi dopo l’arrivo, nel settembre del 1613, nasce Giovanni Battista, il suo primogenito. Viene battezzato nella basilica di Santa Maria Novella, a pochi passi da dove la famiglia abita. Il bambino, però, non sopravvive: muore nel giro di una settimana e viene sepolto nella stessa chiesa.

È una parte della vita di Artemisia che dice molto sui suoi primi mesi fiorentini. Arriva in una città che non conosce, incinta, appena uscita da un processo che l’ha esposta pubblicamente, e si trova quasi subito ad affrontare un lutto. Eppure è proprio in questi anni che la sua pittura comincia a prendere la direzione che oggi conosciamo.

Se passi da Santa Maria Novella ricorda che, prima di essere il museo e la basilica che milioni di visitatori attraversano ogni anno, per Artemisia è stato il luogo di uno dei momenti più privati e dolorosi della sua vita a Firenze.

La prima donna all’Accademia del Disegno

Nel giro di pochi anni, a Firenze, Artemisia smette di essere solo la moglie di un pittore minore e diventa un nome importante. Riceve commissioni, viene introdotta negli ambienti giusti, e nel 1616 raggiunge un traguardo che nessuna donna aveva mai raggiunto prima di lei: entra a far parte dell’Accademia delle Arti del Disegno.

Per capire cosa significasse davvero, bisogna pensare a cos’era l’Accademia in quel momento: una vera e propria istituzione che tutelava gli artisti, ne certificava il valore, apriva le porte a commissioni pubbliche e a un giro di rapporti che una donna, all’epoca, difficilmente poteva costruirsi da sola.

Nei documenti dell’Accademia, il suo nome viene registrato così: “Gentileschi Artemisia donna di Pierantonio Stiattesi e figliola d’Orazio Lomi”. Anche nel momento del riconoscimento, insomma, la sua identità passa ancora attraverso quella del marito e del padre. Ma il fatto stesso che venga ammessa, in un’istituzione praticamente tutta maschile, resta un’eccezione clamorosa per il Seicento.

Dietro questo risultato c’è anche l’appoggio della corte medicea: il granduca Cosimo II de’ Medici la conosce, ne apprezza il lavoro, e in una lettera del 1615 la definisce già “un’artista ormai molto conosciuta a Firenze”. È un sostegno che le apre parecchie porte, comprese quelle di uno dei suoi committenti più importanti.

Casa Buonarroti e l’amicizia con Michelangelo il Giovane

Tra le persone che Artemisia frequenta in questi anni fiorentini, una in particolare lascia un segno concreto: Michelangelo Buonarroti il Giovane, pronipote del grande Michelangelo. È un uomo colto, ben inserito negli ambienti artistici e intellettuali della città, e diventa per Artemisia molto più di un semplice committente.

Nelle lettere che si scambiano, Artemisia lo chiama “compare” e si descrive quasi come una figlia adottiva. Un legame che va oltre il rapporto professionale e che si traduce anche in occasioni di lavoro importanti.

Nel 1616 Buonarroti le commissiona un dipinto per il soffitto della galleria di Casa Buonarroti, che sta facendo decorare per celebrare la memoria del prozio: l’Allegoria dell’Inclinazione. La figura, dipinta nuda, rappresenta la naturale predisposizione all’arte. Alcuni sostengono che il volto sia quello della stessa Artemisia.

Qualche decennio più tardi, un discendente della famiglia decide che quella nudità non è più adatta alla casa: incarica il pittore Baldassarre Franceschini, detto il Volterrano, di coprire la figura con dei drappeggi. Per secoli il dipinto resta così nascosto alla vista..

Solo di recente, tra il 2022 e il 2023, il quadro è stato rimosso dal soffitto e restaurato pubblicamente proprio a Casa Buonarroti, nell’ambito di un progetto che ha permesso di studiare cosa si nascondesse sotto le aggiunte ottocentesche. Oggi il dipinto è tornato al suo posto, ed è uno dei motivi migliori per visitare questo museo, spesso escluso dai percorsi più battuti della città.

Le opere agli Uffizi e a Palazzo Pitti

Se vuoi vedere il lato più maturo della pittura fiorentina di Artemisia, il percorso passa da due luoghi molto vicini tra loro: la Galleria degli Uffizi e Palazzo Pitti.

Agli Uffizi, nella sala dedicata a Caravaggio e ai caravaggeschi, si trova la sua opera più nota: Giuditta che decapita Oloferne. Il quadro viene dipinto per il granduca Cosimo II intorno al 1620, proprio verso la fine del soggiorno fiorentino di Artemisia. La scena è cruda, diretta: Giuditta e la sua ancella, insieme, tengono fermo il corpo di Oloferne mentre lo decapitano. Non è un dettaglio da poco che siano in due a compiere l’azione: nella versione biblica originale, la serva aspetta fuori dalla tenda. Artemisia sceglie di renderla protagonista quanto la sua padrona.

Il realismo della scena, all’epoca, non piace a tutti. Il dipinto viene relegato in un angolo poco visibile di Palazzo Pitti e Artemisia fatica a ottenere il pagamento pattuito. A intervenire per lei è un amico che frequenta in questi anni fiorentini: Galileo Galilei, che la aiuta a farsi liquidare quanto le spetta da Cosimo II. Sempre agli Uffizi si può vedere anche Santa Caterina d’Alessandria, un’opera più piccola ma altrettanto significativa, probabilmente ispirata sia al volto della pittrice sia a quello di una delle figlie del granduca.

A pochi minuti a piedi, nella Galleria Palatina di Palazzo Pitti, si trovano altre due opere di questo periodo: Giuditta con la sua ancella e la Conversione della Maddalena. 

Nella prima, le due donne portano via la testa del nemico nascosta in un cesto, illuminate da una luce che sembra provenire da una candela: un effetto drammatico, quasi teatrale. 

Nella seconda, Maria Maddalena è ritratta con un abito di seta dorata, lo sguardo rivolto verso l’alto, in un momento di riconoscimento dei propri peccati.

Guardate una accanto all’altra, queste opere raccontano bene il percorso compiuto da Artemisia negli anni fiorentini: da giovane pittrice ancora legata allo stile del padre e di Caravaggio, a un’artista con un linguaggio riconoscibile, capace di imporre le proprie scelte anche quando non piacciono al committente.

Perché lascia Firenze

Nonostante i successi, il periodo fiorentino di Artemisia non è mai del tutto sereno. 

Il marito Pierantonio vive al di sopra delle proprie possibilità, accumula debiti con carpentieri, bottegai, farmacisti. La situazione economica della famiglia peggiora di anno in anno, nonostante le commissioni che Artemisia riesce a ottenere.

A complicare ulteriormente le cose arriva anche uno scandalo personale: si scopre che Artemisia ha una relazione con Francesco Maria Maringhi, un uomo dell’alta società fiorentina. La notizia circola e il rapporto già difficile con la corte di Cosimo II si deteriora ulteriormente.

Tra debiti, quattro gravidanze affrontate in pochi anni e un ambiente che inizia a starle stretto, Artemisia matura la decisione di lasciare Firenze. Nel 1620 torna a Roma, abbandonando lo studio con diversi lavori ancora incompiuti.

Il legame con la città non si chiude però del tutto. Anche dopo la partenza scrive lettere a Firenze nella speranza di ottenere un nuovo invito sotto la protezione dei Medici, un invito che non arriverà mai. Da Roma la sua carriera proseguirà tra Venezia, Napoli e Londra, ma nessuna di queste tappe segnerà la sua formazione artistica quanto i sette anni passati sull’Arno.

Dove trovare Artemisia a Firenze?

Che tu stia visitando Firenze per un giorno o per una settimana, vale la pena riservare un po’ di tempo a questo percorso. Uffizi e Palazzo Pitti sono comunque due tappe quasi obbligate, quindi basta un occhio in più nelle sale giuste per intercettare le opere di Artemisia senza deviare dal tuo itinerario. Casa Buonarroti richiede una scelta più consapevole, visto che raramente rientra nei giri più rapidi della città, ma è proprio lì che si vede il lato meno noto di questi anni fiorentini: l’amicizia con Michelangelo il Giovane, il dipinto rimasto nascosto sotto un drappeggio per quasi due secoli.

E se ti capita di passare da Santa Maria Novella, vale la pena ricordare che quello stesso luogo per Artemisia ha significato qualcos’altro: il punto in cui, appena arrivata in una città nuova, ha affrontato uno dei momenti più difficili della sua vita privata.

Messe insieme, queste tappe raccontano una parte della storia di Artemisia che raramente viene raccontata: l’artista che ha reagito a una violenza, certo, ma anche la donna che a Firenze ha costruito, passo dopo passo, la propria indipendenza professionale.

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